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[parziale]

 

A Uma questa storia di ‘sorelle’ non piace. Lo ha già sentito. Un po’ ha capito. Si usa in un certo giro. E anche lì, all’Abetone, lo sente. Non una volta sola. Tante. Sì, lo sa. Però, sorella a chi? Non le piace. E, quando qualcosa che ha capito non le piace, se capita il momento, lo dice. Non mi piace. Punto. E amiche come prima. Capita quella sera.

Lei è accanto al tavolo da gioco, a guardare. Sa giocare a carte fin da piccola. A scopa in due e a scopone in quattro. A briscola. E a tressette, in quattro o in tre col morto. Suo padre le aveva detto che il tressette era un gioco da maschi. Lo diceva spesso, il tressette te lo insegno, però è da maschi. Conosce anche il ramino e la scala quaranta. Le sa tutte. Non le piacciono molto le carte, però sa.

Non lo ha detto alle altre. Preferisce guardare. In ogni caso, nessuna ‘sorella’ le ha chiesto nulla. Il fatto è che parlano. Ogni tanto parte una sorella. All’ennesima sorella Uma si dice basta, ora lo dico. E lo dirà.

Non mi piace questa cosa di sorelle. Non mi piace molto sentirla. E non mi piace per niente che lo dici a me!

Al tavolo la guardano allibite in due o tre. Sentono anche le altre. Viola e Ilaria sedute su divani differenti. La prima solleva appena la testa dal libro. Doriana e Paola si fermano al centro della sala. Non vola una mosca per qualche secondo. Che ti dicevo? Non conosce neanche il congiuntivo! Ilaria, dal divano di fronte, manda a Viola un segnale come in codice. E un labiale bisbiglio, alla ricerca di complicità. Viola non muove neanche un sopracciglio.

Una del tavolo rompe il silenzio rivolgendosi a Uma, però con le carte in mano, gli occhi bassi, un po’ sorridendo, una delle estranee. Perché non ti piace, cara?

Perché non mi piace! E perché non siamo sorelle!

Al che Ilaria pensa bene di pronunciare parole stupide, sempre dal divano. Lo dici forse per l’età, sorellina?

Già abbastanza brilla, Ilaria questa volta alza il volume per farsi sentire da tutte. Paola e Doriana ancora distanti. Ancora ferme a guardare la scena. E a sentire parole che da quel momento rimbomberanno nel silenzio generale. Parole di due voci. Uma non ha sentito la battuta sul congiuntivo. Forse, se l’avesse sentita, prima le avrebbe risposto che lei un po’ conosce il signor congiuntivo, solo che una cosa è il congiuntivo scritto e un’altra è quello parlato, poi le avrebbe tirato un pugno. Forse. No, niente pugni. Basta dentisti. Per fortuna di Ilaria, Uma non sente la prima battuta. Ma risponderà sull’età. Quella Ilaria già non le piace molto. Sorellina a chi? Sì, ora le rispondo.

Non è un fatto di età, Ilaria. Non c’entra l’età. Perché, le sorelle tra loro hanno la stessa età? Se hanno la stessa età sono gemelle, no? No, non è un fatto di età. Non siamo sorelle e stop! Per risponderle s’è alzata dalla sedia accanto al tavolo. Un po’ perché la risposta alla donna dello scopone l’ha già data, poi non vuole disturbare il gioco e, da ultimo, a modo suo è educata. Se deve dirti qualcosa viene a dirtelo in faccia. Infatti, l’ultima parola stop la dice quasi sul muso a Ilaria. Però, lei in piedi e Ilaria seduta.

La performance diventa interessante un po’ per tutte. Le quattro dello scopone lasciano le carte sul tavolo per seguire l’evoluzione. Che ci sarà. L’unica a scegliere platealmente di tenersi in disparte è Viola. Gli occhi incollati al libro. Ma segue e dentro di sé teme il peggio.

Paola sorride, prende sottobraccio Doriana e le bisbiglia: la tua Uma logica fumante terra terra è entrata in azione, a quanto vedo. La tiene sottobraccio e al contempo ferma, distante dalla scena. Doriana si lascia tenere ferma, ma batte una mano sulla mano dell’altra, sempre bisbigliando: pensa alla tua di ragazza, piuttosto. Prevedo guai.

I guai arrivano sotto forma di dialogo serrato, al quale l’alcool già abbondante nelle vene delle due conferirà un tono cangiante, a tratti affievolito, suadente, poi stridulo, sarcastico, forse incazzato, infine balbettante, imbarazzato, e lapidario. Una in piedi e l’altra seduta. Ilaria brilla ma anche tanto avvocata non si alza dal divano. Non ce n’è alcun bisogno, pensa. Lei resta dove sta e io resto qua, l’altezza è un’altra cosa. Ilaria attacca a parlare con una voce che a Uma ricorda l’amica volgarotta che la provocava strusciandosi addosso a lei come una gatta, quella di ‘Manu, me dai la manu’. Man mano che Ilaria le parla Uma pensa di doverle rispondere dritto per dritto. Ma senza pugno. Basta dentisti. È brilla anche lei, però, va detto. Una delle differenze è che Uma le parla sicura e in faccia. Ilaria, invece, nel parlare oppure restando zitta e sempre più imbarazzata, si guarda intorno alla ricerca di altri occhi e altre bocche. I primi resteranno puntati sulla scena. Le seconde resteranno chiuse.

Questo il dialogo, pari pari. Parte Ilaria, replicando alle gemelle di Uma. Suvvia, ma quale anagrafe e gemelle! È un fatto di sorellanza tra donne! Non mi piace nemmeno sorellanza. E, se esiste, non mi piace neanche sorellitudine!

Ma mia cara, un certo legame, neh? I legami sono cose che legano. Oh cielo, l’identità…! Nessuna identità, io sono identica a me e basta. Non dicevo quell’identità, benedetta ragazza! E che vuoi dire? Intendo dire l’insieme. Insieme a chi? Il gruppo. Di che gruppo parli? La solidarietà. Solidarietà? In altre parole, le donne che, che… Le donne checchè? Che tra loro… Vuoi dire lesbiche? E allora dici lesbiche, perché dici sorelle? Ma… ma… Mamma che? Non ti piace lesbiche? Si dice così, no? Sì, ma… ma…

A questo punto, Uma ha capito, finalmente. E, siccome ha capito, lo dirà. Con semplicità. Nella sua mente, alcool a parte, nessuna intenzione di mettere in imbarazzo una già imbarazzatissima Ilaria. Ilaria che non le piace, ma fa niente. Lo fa perché ha capito e vuole mettere le cose in chiaro. Con semplicità. Nel farlo produrrà altro imbarazzo. Il tono saccente di Ilaria si è già affievolito. Smetterà di interloquire, limitandosi a qualche balbettio, quasi eco ritmata alle parole dell’altra. Dalla prima farfallina.

Ho capito! Te sei di quelle che dicono farfallina. Già, farfallina. E rosellina. O fiorellina. Forse patatina. E invece si dice fica. Vuoi dire quella, no? Si dice fica!

Mentre parla Uma è immobile in piedi davanti a Ilaria. Gli unici suoi gesti, piccoli ma evidenti, sono due. Alla parola ‘quella’ punta l’indice destro verso le parti basse di Ilaria. Poi rivolge lo stesso dito verso la sua di fica, nel pronunciare la seconda ‘fica’. Dopo di che, ruota i palmi in su e allarga le braccia, come a dire è tanto semplice!

anfora staffetta

Alla prima farfallina Doriana pensa che può essere il momento giusto per  intervenire. Non riuscirà a evitare il resto. Forse, non lo vuole del tutto. Al gesto ‘semplice’ si stacca da Paola e va dalle due con la mano in mezzo.

Basta così. Abbiamo capito. Che avete bevuto. Poi che si dice lesbica. E si dice fica. Le prime due frasi sono per Ilaria, le ultime per Uma. La centrale è per entrambe.

Il tutto un po’ seria e un po’ sorridendo. Dopo di che Doriana prende sottobraccio Uma e la porta a spasso per l’albergo. Per un quarto d’ora circa. In silenzio.

Nelle sala, intanto, nuove parole prendono posto. Le altre, come gruppo, tempo qualche secondo, intavolano una discussione un po’ più pacata, meno brilla di prima, A voce più bassa, ma sempre colorita. Parlano tutte tranne Viola. Le voci sono sovrapposte e accalorate. Ad ogni modo, tutto un altro dire dal dialogo serrato finito in fica.

Al rientro in sala delle due la discussione si affievolisce, riprendendo poi con voci che si alternano alla ricerca di un certo contegno. Doriana e Uma vanno a sedere accanto a Viola che ha picchiettato il palmo della mano sul divano, ammiccando in silenzio. Venite qui, voi due, per carità!

Uma siede nel mezzo. Ciao, bella fica! sarà il suo saluto a Viola. Con la quale, nel resto della vacanza, ha scambiato poche parole. Piccole verità. Tutto ok. Alma mi ha detto. Di Gabriele. E della casa. Sono felice come una Pasqua!

Sul divano le tre donne scambiano solo sorrisi. E il caldo tepore di tre corpi vicini. La stanza è abbastanza riscaldata, ma quel tepore è differente. Bello. Buono.

Sorrisi complici e silenzi. Restano così a guardare le altre. Paola e Ilaria ora sono in piedi vicino al tavolo da gioco. Le altre quattro sempre sedute e con le carte in mano. Ora parlano di più Letizia e le sconosciute. Ilaria appena qualche parola. Paola sembra seguire, in silenzio. E sembra sorridere. Franca ogni tanto lancia mute richieste sos verso il divano. A ogni segnale morse Doriana scuote piano la testa, senza smettere il sorriso. Mi dispiace, già dato.

Uma segue e non segue. Ogni tanto le arriva alle orecchie qualche parola. Alcune che sente ripetere al tavolo dello scopone le ha già sentite. Nella Libreria delle Donne. Ma non le dicono niente, quelle parole insieme ancora non le dicono niente. Forse perché ancora non ha tanta voglia di capire. Linguaggio sessista. Violenza. Politica delle donne. Tolleranza. Differenza.

Che stanno a dire? bisbiglierà alla fine, quasi sbadigliando.

Niente, non ti preoccupare. Ogni salmo finisce in gloria, anche la fica. Replica sottovoce di Doriana.

Che, quando può, sa essere peggio di Uma. Da un po’ pensa di volerlo. Forse sì, è arrivata l’ora.

Sul divano Doriana si limita alla battuta. Che fa ridere in silenzio la sola Viola. Uma si adegua. Sorride e s’acquatta. Ha nelle gambe e tra le gambe un leggero torpore. Sente di stare tra due cose buone. E l’alcool in lei inizia a svolgere uno dei suoi effetti buoni. Buono se sei su un divano tra due cose buone. Solo, prima di addormentarsi come amazzone un po’ stanca di una guerra stupida, mormorerà qualcosa. Che forse è una domanda e forse no.

Perché lo chiamano scopone?

 

Estratto da Scienti.fica in sedici 1990

 

 

 

 

 

 

you must say ***

Come on, Uma, what register and twins are you talking about! It’s a matter of sisterhood among women.
I don’t even like sisterhood and, if it existed, I wouldn’t like sistership neitheter.
But, my dear, it’s a kind of bond, you know?
Bonds are things that bind.
Oh, God… identity!
No identity, I’m just myself.
I wasn’t talking about that identity, blessed girs!
So, what do you mean?
I mean, the whole…
The whole of what?
The group…
What group are you talking about?
Solidarity…
Solidarity?
Well, yes…
Well, yes what?
Women who…
Women who what?
I mean, women who, among them…
Among them what?
Women who, among them…
You mean lesbians?
…!
So, just say lesbians, why should you call them sisters?
Well… but…
Well, but what? Don’t you like lesbians?
…!?!
That’s the name, isn’t it?
…?!?!?!
Don’t you mean that?
No… well, yes… no, well… but…
But what?
Yes, but…

Got it. You are one of those who say pussy.
…!?
Yes, pussy.
Pussy?
Yes, pussy.
…!?
And pussy-cat.
…!?
And little rose
Little…rose?
Maybe downthere.
Down…there?
But the right word is ***. Do you mean that, right? They say ***!
All the while, Uma had remained motionless standing in front of Ilaria. The only gestures, small but noticeable, were two. At the word she had pointed her right index finger towards the lower parts of Ilaria. Then she addressed the same finger to her *** as she spoke the second ***. After that, she turned her palms up and spread her arms as to say it is so simple!

At the first pussy, Doriana thought that maybe it was high time to intervene. She could not avoid the rest. Maybe she didn’t really want it. When she said simple Doriana pulled away from Paola and went between the two with her hand in the middle. Ok, that’s enough. We get it. That you’ve been drinking. Then that lesbian is the right word. And that *** is the right word. The first sentences were for Ilaria, the latest for Uma. All a bit serious and a little smiling. Uma took her arm and took her for a walk around the hotel. For a good quarter of an hour. In silence.

[…]

The discussion trailed off as they entered, then resumed with alternating, crossing voices. With voices in search of a certain demeanor.

The two friends went to sit next to Viola who had tapped her palm on the couch, blinking in silence. Come here, you two, for heaven’s sake. Uma sat in the middle. Hello, nice *** was the greeting to Viola.

[…]

Uma followed intermittently. Some word reached her ears. She had already heard some of them, coming from the
card table. In the library. But she was still indifferent to all those words, said together. Maybe because she didn’t feel like understanding yet. Sexist language… violence… women’s policies… tolerance… difference? What do they mean?

Nothing, don’t worry. Each psalm ends in glory, even ***. Doriana, when she would, she could be worse than Uma. She’d been thinking she wanted to, for a while. Perhaps, yes, the time has come. On the couch, she just went with the joke. That only made laugh, in silence, Viola.

Excerpt from ***-on-me in sixteen 1990 – Speeches: Ilaria – Uma – Doriana – Viola